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Covid: ex ministro Gb ammette ritardo lockdown di 3 settimane

Covid: ex ministro Gb ammette ritardo lockdown di 3 settimane

Hancock riconosce modello Italia. Possibili molti morti in meno

LONDRA, 30 novembre 2023, 19:44

Redazione ANSA

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© ANSA/EPA

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Il governo britannico prese esempio da quanto stava accadendo in Italia nel pianificare la sua risposta iniziale all'emergenza Covid, nel marzo del 2020, ma avrebbe dovuto imporre il primo lockdown nazionale "tre settimane prima" di quanto fece: cosa che con il senno di poi sarebbe stata in grado presumibilmente di prevenire la perdita "di molte vite umane", forse migliaia. Lo ha ammesso oggi Matt Hancock - allora ministro della Sanità nella compagine Tory di Boris Johnson e primo esponente governativo di Londra a dichiararlo esplicitamente - durante un'audizione di fronte alla commissione d'inchiesta indipendente sulla pandemia istituita nel Regno Unito.
    Le parole di Hancock - considerato uno dei più convinti assertori del lockdown nell'esecutivo durante la fase acuta della pandemia, prima di essere travolto in seguito politicamente da scandali e controversie personali - rappresentano anche un riconoscimento della risposta iniziale alla crisi dell'Italia, primo Paese europeo ad essere investito da contagi registrati: a dispetto di qualche commento irridente circolato all'epoca a Downing Street fra alcuni consiglieri di BoJo nei confronti della Penisola, come poi si seppe. Il lockdown avrebbe potuto entrare in vigore "al principio di marzo" nel Regno, "tre settimane prima" di quanto accadde, ha detto l'ex ministro senza giri di parole, seppur difendendo l'operato complessivo del governo Johnson e sottolineando "l'enorme incertezza" di quei giorni.
    Hancock ha affermato che "la curva dei casi italiani" si rivelò - a pochi giorni dall'allerta globale dell'Oms - "il migliore" riferimento a cui ispirarsi. Non ha tuttavia negato che a Londra vi furono esitazioni politiche sulla tempistica di un lockdown generale: alimentate a suo dire anche da considerazioni legali, nonché dal dibattito fra vari epidemiologi (più decisi nel sostenere la necessità di chiudere tutto) e alcuni esperti di comportamento sociale e umano inseriti negli organismi consultivi (più cauti se non contrari a un lockdown di tipo italiano).
   

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