>>>ANSA/Una esplosione cancellerà la storica Ferriera di Trieste

Stasera scompaiono ultimi edifici dopo 123 anni di storia

Redazione ANSA TRIESTE
(di Francesco De Filippo) (ANSA) - TRIESTE, 18 SET - Lo storico impianto siderurgico di Servola (Trieste), la Ferriera, chiuso due anni fa dopo 123 di storia industriale e sociale, stasera verrà materialmente cancellato. Un'esplosione abbatterà le ultime cinque costruzioni (quattro manufatti e un camino) ancora in piedi, dopo che, dal momento della chiusura dei cancelli, la Siderurgica Triestina (la vera ragione sociale oggi) di proprietà del Cav.Arvedi di Cremona, ha smantellato tutto ciò che di ferro c'era nell'area per trasferirlo (e riciclarlo) negli impianti cremonesi. La Icop ha fatto il resto, ripulendo interamente la zona.

E' la cosiddetta 'area a caldo' dello stabilimento, quello dove c'erano gli altoforni; l'adiacente 'area a freddo' dove c'è il laminatoio, l'acciaieria, resterà in piedi, anzi, è previsto un suo sviluppo con assunzione di mano d'opera, oltre all'assorbimento degli operai fuoriusciti dalla Ferriera e temporaneamente in cig in attesa, appunto, di ricollocamento.

Il punto finale alla Ferriera lo aveva messo l'Accordo di programma del 27 Giugno 2020 in Prefettura. Gruppo Arvedi, I.CO.P. S.p.A.- PLT i ministeri Sviluppo Economico, Ambiente e Infrastrutture e Trasporti, Agenzia Nazionale politiche attive Lavoro, Agenzia Demanio, Porto di Trieste, Regione Fvg e Comune di Trieste mettevano in moto il progetto integrato di messa in sicurezza, riconversione industriale e sviluppo economico-produttivo dell'ex area a caldo che era già stata chiusa nel marzo precedente. Il futuro: un polo industriale con oltre 400 occupati (l'attività 'a freddo' di Arvedi) e una piattaforma logistica collegata, gestita da Icop-PLT. Nell'ex area a caldo, quella che stasera sarà spianata, sorgera' un polo logistico, un nuovo snodo ferroviario e l'allungamento della banchina portuale, con investimenti per 300 milioni di euro, di cui 200 già previsti nel piano industriale del Gruppo Arvedi e 55 stanziati dal Mise con un contributo a fondo perduto, destinati a un Contratto di sviluppo di tutela ambientale, in parte cofinanziato dalla Regione.

La chiusura non rappresentava solo la fine di un impianto vecchio e dal forte impatto ambientale - nonostante gli investimenti di Arvedi in questo ambito - ma la fine di un'epoca che aveva segnato la società triestina e la comunità slovena.

Nei primi decenni di attività, infatti, quando il lavoro era durissimo e dalle pesanti conseguenze sulla salute, a essere impiegati erano questi ultimi in particolare. Negli anni anche gli italiani vi trovarono lavoro. Quando il mercato dell'acciaio entrò in crisi (o in crisi andarono le scelte manageriali delle tante proprietà che si successero), la città reagì compatta.

Riccardo Illy, sindaco in quegli anni, si mise a capo di un corteo insieme con il vescovo cittadino, e sfilò con tutte le forze politiche. Pochi anni dopo gli equilibri sarebbero cambiati e la Ferriera avrebbe rappresentato per Trieste e per i servolani una realtà improduttiva e troppo inquinante. I cortei avrebbero avuto per obiettivo la chiusura dell'impianto.

L'arrivo di Arvedi in città durante l'amministrazione regionale guidata da Debora Serracchiani faceva presagire un nuovo futuro per la fabbrica, ma il repentino cambio politico a livello regionale e comunale avrebbe portato ben presto alla dismissione. (ANSA).

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